“Mi ascolta solo quando mi altero”: obbedienza o educazione?

Perché alzare la voce può fermare il comportamento, ma non costruire il pensiero

“Gliel’ho spiegato mille volte, ma mi ascolta solo quando mi altero.”
È una frase che nasce spesso dalla stanchezza e dal senso di impotenza, non dalla mancanza di amore. Eppure, se la prendiamo alla lettera, rischia di portarci verso un’idea educativa ingannevole: che spiegare non serva, che ragionare con i bambini sia inutile, che l’obbedienza immediata sia il vero obiettivo dell’educazione.

Quando un bambino smette di fare qualcosa solo perché l’adulto alza la voce, non siamo necessariamente di fronte a un ascolto più profondo. Molto più spesso siamo di fronte a un adattamento. Il bambino si adegua per ridurre la tensione, per evitare il conflitto, per non perdere il contatto con l’adulto. Non perché abbia compreso il senso della richiesta.

Seguire un comando senza protestare non è un comportamento naturale, soprattutto nell’infanzia. È una risposta appresa, utile in alcune situazioni, ma che non coincide con la costruzione di strumenti interiori. La comprensione, quella vera, richiede tempo. Richiede dialogo. E richiede la possibilità di non essere subito d’accordo.

Spiegare e ragionare con un bambino significa accettare che il processo non sia lineare. Significa tollerare le domande, le resistenze, le ripetizioni. Significa anche accettare che, per un periodo, il bambino non risponda come vorremmo. Questo può mettere in difficoltà l’adulto, perché richiede pazienza e una presenza emotiva stabile.

Quando un bambino mette in discussione una regola, non sta necessariamente mettendo in discussione l’adulto o la relazione. Spesso sta esercitando il pensiero. Sta cercando di capire, di orientarsi, di dare senso. Confondere il disaccordo con la mancanza di rispetto è uno degli equivoci più comuni nella relazione educativa.

Educare non significa ottenere adesione immediata. Significa accompagnare la costruzione di una bussola interna. Una bussola che permetta al bambino, nel tempo, di scegliere comportamenti adeguati non per paura, ma per convinzione. E questa bussola non nasce dall’urgenza del “subito”, ma nello spazio del confronto, del dialogo imperfetto, della possibilità di pensare anche diversamente dall’adulto.

Forse i bambini non ci ascoltano di più quando ci alteriamo.
Forse, semplicemente, smettono di pensare.

Nella Community riservata approfondiamo questo tema in modo strutturato e concreto: cosa accade realmente nel cervello del bambino sotto stress, perché l’obbedienza non coincide con l’educazione e come sostenere il pensiero, la responsabilità e la relazione senza ricorrere al controllo o alla paura.

Continua la lettura qui
Avanti
Avanti

Libri consigliati per l’inverno: leggere per crescere tra emozioni, immagini ed esperienze